Santa Giovanna Antida di Thouret

SANCEY 1765 – NAPOLI 1826

Due sono gli eventi che la Congregazione delle suore della Carità di Santa Giovanna Antida celebra in questo anno 2026:

  • Il Bicentenario della morte di Santa Giovanna Antida Thouret (24/8/1826) e
  • Il Primo Centenario della sua Beatificazione (23 maggio 1926)

La sua vita, che si svolge in un periodo storico particolare, la si può suddividere in quattro tappe fondamentali che presenteremo settimanalmente sul Notiziario:

Prima parte: 1765/1797: Dio la prepara alla missione
Trascorre i primi 22 anni di vita a Sancey-le-Long, un piccolo villaggio situato in una vallata del Giura settentrionale (Francia). Sono anni che scorrono all’insegna della normalità, ma che ne determinano il futuro.

Vive in una famiglia numerosa dove i valori umani e cristiani sono prioritari, una famiglia provata dalla sofferenza a causa della lunga malattia della madre. A soli 16 anni assume in prima persona tutta la responsabilità della casa. Tuttavia trova il tempo per pregare, partecipare attivamente alla vita della parrocchia, andare incontro ai numerosi poveri che bussano alla porta di casa o che raggiunge a domicilio.

Insidiata da una domestica che cerca di trascinarla al male, si oppone decisamente e, con il cuore colmo di riconoscenza, fa voto a Dio di “castità perpetua”; questa offerta è la premessa della consacrazione a Dio di tutta la sua vita. Infatti, “da tempo chiedeva a Dio di farle conoscere quanto desiderava che facesse” e lo consultava con la preghiera, il digiuno, l’elemosina. Dio le si manifestò attraverso le parole di un sacerdote: la voleva in una comunità tutta dedita al servizio dei poveri.

Così nel luglio del 1782, a 22 anni, entra nella Congregazione delle Figlie di San Vincenzo de’ Paoli. L’esperienza vincenziana coincide con il periodo storico che sfocia nella Rivoluzione francese. Sono anni in cui Dio la prepara alla sua missione futura impara ad essere vera Figlia della Carità tutta donata a Dio per il servizio dei poveri.

Nel 1793 le leggi della Convenzione decretano lo scioglimento degli Istituti religiosi con il conseguente ritorno in famiglia di tutti i loro membri.

Giovanna Antida è costretta ad abbandonare la Comunità; si ritrova sola, smarrita tra le rovine materiali e morali della Rivoluzione. Minacciata e perseguitata non si scoraggia, rimane coerente alla sua scelta di fondo.

È il tempo di maturazione piena della sua fede e della donazione di sé. Rimane attenta alla “voce di Dio”, la segue passo, passo, rispondendo ai suoi richiami e, di volta in volta, diviene infermiera, educatrice, catechista. (continua sul prossimo numero del Notiziario del 10 maggio)

 

Seconda parte 1797/1799: la Chiesa le affida la missione di Fondatrice
In Francia, dopo i terribili anni della Rivoluzione, ritorna la calma, ma non è possibile la ricostruzione delle Congregazioni religiose, per cui Giovanna Antida raggiunge in Svizzera la comunità dei Solitari, fondata dal Padre Receveur “per vivere da religiosa”. Le viene affidata la cura dei numerosi malati della comunità che vive, tra disagi e stenti, praticando la penitenza corporale prima che il servizio concreto al fratello o alla sorella malati.

Con sofferenza, costata ben presto che non può vivere quanto ha appreso alla scuola di San Vincenzo de’ Paoli, dove ha imparato che “il servizio di Dio e il suo amore sono inseparabili dall’amore del prossimo”. E per lei si progetta un ulteriore periodo di buio. Lascia il “Ritiro Cristiano” e cammina per sessanta giorni, attraverso regioni che non conosce e tra pericoli di ogni genere: senza passaporto, senza denaro, senza conoscerne la lingua. L’unico sostegno, in questo momento di prova e di solitudine, è la preghiera e la ferma volontà di essere tutta di Dio. Al santuario di Einsiedeln, in Svizzera, un eremita le consiglia di ritornare in Francia e di mettersi al servizio della gioventù lasciata nell’ignoranza: “Andate come figlia generosa di S. Vincenzo ad evangelizzare i poveri”. Su questa parola, riprende il cammino. A Landeron si incontra con i vicari generali della sua diocesi di Besançon che le confermano quanto Dio vuole da Lei: tornare in Francia per curare gli ammalati poveri, istruire la gioventù, formare delle ragazze come lei era stata formata.

L’11 aprile 1799, a Besançon, Giovanna Antida apre una scuola e, nello stesso tempo, organizza la distribuzione di un piatto caldo ai poveri ed una piccola farmacia per i primi soccorsi. Non ha altri mezzi se non i doni che il buon Dio le ha elargito e di cui ella stessa è cosciente: “Una vera vocazione, molta tenerezza per gli ammalati e il desiderio e la buona volontà di amarli… in vista di Dio”, e l’esperienza acquisita negli anni.
(continua sul prossimo numero del Notiziario del 17 maggio)

Terza parte 1799/1826: Giovanna Antida realizza la sua missione

Il piccolo seme cresce e fruttifica. Altre giovani si uniscono a lei, desiderose di “darsi a Dio per servire i poveri”. Giovanna Antida le accoglie, le forma e le invia nelle varie comunità che sorgono in risposta agli appelli delle autorità religiose e civili.

Nel 1810 la voce dei poveri la chiama in Italia, nel Regno di Napoli. Giovanna Antida, senza esitazione, accoglie l’invito perché ritiene che il prossimo si trova in ogni parte della Terra. Così, l’Istituto delle Suore della Carità prende radici in terra italiana: da Napoli a Vercelli e nelle altre regioni. La diffusione dell’Istituto in diocesi lontane le une dalle  altre, pone un problema giuridico: l’autorità dell’Arcivescovo di Besançon, ufficialmente superiore generale, può esercitarsi in altre diocesi? Urge chiedere al Papa l’approvazione dell’Istituto e della Regola.

Nel 1819 Giovanna Antida vede la sua opera riconosciuta dalla più alta autorità della Chiesa, ma sorgono contrasti con l’autorità religiosa di Besançon che non intende accettare i cambiamenti apportati alla Regola da Roma. Giovanna non trascura niente per salvaguardare l’unità dell’Istituto. Moltiplica spiegazioni e chiarimenti, ma comprende anche che è inutile insistere. Per rimanere fedele alla Chiesa, fa il sacrificio totale di Besançon e delle prime figlie.

L’11 febbraio 1823 Giovanna Antida scrive alle sue figlie di Francia per indicare loro la strada da seguire: “Io sono figlia della Chiesa, siatelo anche voi con me”.
Le rimarranno solo tre anni di vita, tutti spesi nel lavoro apostolico, trovando in “Dio solo” la forza e il coraggio necessari per perdonare e sperare.
(continua sul prossimo numero del Notiziario del 24 maggio)

SANTA GIOVANNA ANTIDA THOURET A NAPOLI
… il 18 novembre 1810, giungemmo a Napoli… (ULTIMA tappa)

Quando Giovanna Antida Thouret arriva a Napoli, i francesi vi governano da 4 anni, sbalzando via la pur radicata e potentissima famiglia reale dei Borboni. Bastava mettervi piede in città, per accorgersi che grande era la miseria del suo popolo.
Giovanna Antida, agli inizi del 1816, a distanza di poco più di 5 anni dal suo arrivo, con rammarico registrerà: “Una moltitudine di poveri di ogni età e condizione, enormemente miserabili, chiede ogni giorno qualcosa per mangiare, per vestirsi, per dormire”.
Le carestie si susseguivano con ritmi vorticosi; le febbri coleriche si moltiplicavano. Si legge in un verbale del Consiglio di Stato del 1808: “Una folla di gente miserabile e di prostitute brutta le nostre strade; ragazzi senza famiglia, senza tetto, nudi, malsani, infestano gli abitanti con i loro lamenti; si cibano di cortecce, carogne o malfatto pane e, ammonticchiati gli uni sugli altri, dormono per le strade”.
La plebe di cui parla l’autrice, non era certo tutta costituita da mendicanti o vagabondi, ma viveva comunque ai limiti della sussistenza. Significativo un drammatico passaggio dagli scritti della stessa Madre Thouret: “Alla scuola dei poveri, alcuni vengono pure senz’abiti e senza pane. Un’altra moltitudine di poveri ogni giorno chiede qualcosa per mangiare, per vestirsi, per dormire, la compassione per loro ci ha costrette a privarci anche del necessario, ed ora non ci rimane che piangere con questi poveri”. (al Ministro dell’Interno del Regno, 14 febbraio 1816).
Tenendo conto che a Napoli, come d’altronde in quasi tutte le società europee di primo Ottocento (ma non solo), la donna era fondamentalmente sottomessa, analfabeta, spesso reclusa, non può passare inosservata la maniera di situarsi nella società partenopea, da parte della francese Jeanne Antide con le sue prime compagne. Venuta dalla Francia su richiesta di Joachim Murat, tramite Letizia Bonaparte (la caritatevole madre di Napoleone), ma fondamentalmente portata dal suo desiderio di servire i poveri in qualsiasi paese si trovino, Giovanna Antida nell’atto di organizzare concretamente la sua opera, si comporta come una autentica imprenditrice: prepara bilanci, interloquisce con i potenti, si presenta nei Ministeri, accoglie Re, riceve ministri…
Giovanna Antida -donna per di più straniera- arriva a ricoprire in prima persona e a rivendicare per le sue compagne mansioni direttive nel grande Ospedale degli Incurabili (un Ospedale della capienza di 1.200 posti letto che non era più in grado di sopportare nuovi ricoveri): Il 1820 fu un anno di grande difficoltà per Madre Thouret, non solo a causa delle vicende dolorose interne, legate all’approvazione della Regola da parte della Santa Sede e misconosciuta dal neo- arcivescovo di Besançon, mons. De
Pressigny, ma anche per le mutate condizioni politiche a Napoli, dopo il ritorno dei Borboni; ebbene, a distanza di anni, non rinuncia a rivendicare una sorte di leadership per le sue suore nel grande Ospedale, mentre fa memoria dell’originario mandato loro affidato.
Così scrive al Ministro dell’Interno il 1° dicembre 1820: “Vostra Eccellenza venne all’Ospedale degli Incurabili ad insediarle, autorizzandole a sorvegliare tutti gli impieghi. La dedizione ai poveri, l’amore del lavoro le spinsero a preparare il vitto per tutto l’ospedale, sia per gli uomini sia per le donne, a provvedere alla sua distribuzione ed all’assistenza; ad istruire anche un certo numero di ragazze che si trovavano in un reparto. Quasi tutte le Suore risultarono occupate nel detto ospedale”.
Nel cuore di Napoli Giovanna Antida compie forse la sua rivoluzione più marcata, anche se la meno evidente: una scuola tutta al femminile, aperta tanto alle classi borghesi e ricche, quanto alle figlie del popolo, spesso nude e affamate, senza distinzione. Le Suore della Carità curavano di stilare programmi identici e impartire comuni insegnamenti, dentro aule con gli stessi arredi: semplicemente perché ai poveri venivano riconosciuti i diritti propri dei cittadini di una società che si andava
aprendo ai “tempi nuovi”. La suora della carità, portatrice di un nuovo modello educativo, a tutti gli effetti era anch’essa lievito di questa nuova società che approdava a una cultura illuminata ed europea.
La salita al cielo di Madre Thouret: Afflitta da tante prove e da problemi di salute, sente che le forze le vengono meno. A Napoli sono solo un pugno di suore francesi, poiché le vocazioni napoletane ancora stentano. La Savoia, rimastale fedel, più feconda di serve dei poveri, è lontana. Besançon persa per sempre. E Madre Thouret si appresta a varcare la sua ultima frontiera. Con gli occhi fissi sul Crocifisso e su ciascuna delle sue figlie, dolcemente varca la sua ultima, definitiva frontiera.
Giovanna Antida muore a Napoli il 24 agosto 1826, ma solo nel 1954 il Signore esaudirà la sua preghiera per l’unità: le sue figlie, presenti ormai nel Mondo intero, si incontreranno, si avvicineranno, saranno tutte unite.
La Chiesa la proclama Beata il 23 maggio 1926 e Santa il 14 gennaio 1934. Il Signore davvero ha compiuto in lei cose meravigliose: l’ha scelta, l’ha formata perché diventasse docile strumento dello Spirito, “segno della carità” di Dio per i poveri.

 


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