Venerdì 25 settembre 2026
OrariS. Messe · Confessioni · Adorazione
Calendario pastoraleSettimana corrente
NewsletterIscriviti · aggiornamenti settimanali
Ultimo NotiziarioLeggi online
Home›Proposta anno pastorale 2026/2027
Proposta anno pastorale 2026/2027
Comunità

Proposta anno pastorale 2026/2027

6 agosto 2026

IL VOLTO FELICE DI UNA CHIESA IN MISSIONE In «Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?» l’Arcivescovo indica alla Diocesi «lo stile sinodale» quale modalità per «irradiare la gioia cristiana». Una riflessione che pone all’attenzione delle comunità cristiane il tema della sinodalità, decisivo per una Chiesa aperta, coraggiosa, consapevole, che sappia osare per essere missionaria sulle strade del mondo. UN INVITO ALLA GIOIA DI DIO Il titolo scelto dall’Arcivescovo fa riferimento alla vicenda dell’Innominato nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. «Il festoso suono delle campane di Chiuso che si diffonde fino al tetro castello dell’Innominato potrebbe essere un’immagine suggestiva per parlare della missione della Chiesa nel nostro tempo e nel nostro territorio. La Chiesa è un popolo che si raduna, è convocato da una promessa di gioia, di benedizione, di sapienza. La gioia, la festa del popolo diventa suono festoso che raggiunge tutte le case, tutte le storie e tutte le inquietudini e le angosce. Così vorremmo essere: un invito alla gioia di Dio». APPLICARE LO STILE SINODALE Per Delpini «è questo il momento di recepire e praticare come stile ordinario quanto lo Spirito ha detto alle Chiese. Questo è il tempo di applicare con quotidiana disciplina, convinzione e attenzione lo stile sinodale. Lo esige, mi pare, l’urgenza della missione, la priorità del Vangelo, come dice papa Leone». «Le nostre comunità in molti modi irradiano la gioia e con operosa carità agiscono secondo i sentimenti di Gesù. Gesù è sempre con noi, anche se i rapporti con il contesto in cui i cristiani vivono non sono sempre favorevoli e accoglienti». COMUNITÀ DALLE PORTE APERTE «Tutti i fedeli sono chiamati a praticare una cura per le relazioni, tutti hanno una mano da stringere, un volto per sorridere, una parola da condividere. La celebrazione delle esequie, la richiesta del battesimo per i bambini, l’iscrizione al percorso di iniziazione cristiana, la decisione di celebrare il matrimonio cristiano rendono possibili incontri che diventano amicizie, fraternità di persone che camminano insieme verso il Signore. Nessuno deve disprezzare questi piccoli del Regno, nessuno può misurare la fede degli altri. Per tutti ci deve essere un sorriso accogliente e un invito a conversione». L’IDENTITÀ DELLA CHIESA «Essere oggi la Chiesa di sant’Ambrogio, essere ambrosiani in questo terzo millennio, significa proprio vivere la profezia sociale, perché molto cristiana e teologale, di essere un popolo che costruisce la propria identità non tanto tracciando confini, non creando isole artificiali di normalità, utili per etichettare in modo difensivo e offensivo tutto ciò che è diverso come patologico, quanto piuttosto costruendo piazze, luoghi di incontro, di confronto e di dialogo, dove crescere insieme, spazi che trasformano i tanti individui, singoli e soli, in una comunità guidata dallo Spirito nel nome di Gesù Cristo». DAPPERTUTTO TESTIMONI Delpini sottolinea anche la necessità di vivere il legame profondo tra fede e vita. «I cristiani sono dappertutto e dappertutto sono testimoni di fede, di speranza, di carità. Negli ambienti di lavoro, di studio, di cura, di riposo, sempre è possibile essere un pizzico di sale, una scintilla di luce, un po’ di lievito. È la responsabilità di tutti i cristiani, presenti in tutti gli ambienti, di irradiare la gioia del Vangelo». LA SINODALITÀ, PROFEZIA SOCIALE L’invito pressante dell’Arcivescovo è quello di cogliere fino in fondo le sfide che pone un tempo di cambiamento radicale. «Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca che ci tocca anche come Chiesa. Si riconosce una trasformazione molto forte del corpo ecclesiale: cambia il modo di essere cristiani, faticano le forme tradizionali di impegno, le vocazioni, fatichiamo a vedere nuove risorse ed energie per la fede nei cattolici venuti da altri Paesi e culture, nel dialogo ecumenico e nella collaborazione con altre religioni e istituzioni. Rischiamo, come tante altre realtà sociali e culturali, di irrigidirci nelle forme che abbiamo ereditato». OSARE NUOVI PASSI La strada è quella della sinodalità: «Come profezia sociale significa riuscire a mostrare che siamo capaci di accettare la sfida del cambiamento, dialogando, modificando la nostra identità, quindi accendendo luoghi di confronto, di ascolto e collaborazione, per osare nuovi passi e azioni per stare nel mondo, vivere e annunciare la fede cristiana». DAL “FARE PER” AL “FARE CON” La Chiesa ambrosiana ha una grande tradizione di impegno concreto di fronte ai bisogni e in questo solco «è chiamata ad assumere una forma adeguata per ascoltare e abitare le tante, e sempre più urgenti, fragilità alle quali la nostra società fatica a rispondere. Ereditiamo un passato di pionieri e testimoni che in solitudine costruivano istituzioni e luoghi di accudimento e cura. Anche in questo caso occorre la pazienza di ascoltare, cercare e tessere alleanze e reti di relazioni (anche con realtà non direttamente legate ai mondi ecclesiali) e dare forma a corpi in grado di dare voce ai tanti emarginati della nostra storia. L’evento diocesano “Chiesa dalle genti” già ci aveva indirizzato in questo cammino, insegnandoci che l’essenziale non è “fare per” o “al posto di”, ma “fare con”». LO STILE SINODALE DELLA MISSIONE Qual è dunque lo stile sinodale? «In questo nostro tempo, la Chiesa ha compreso se stessa con l’evidenza di alcuni tratti che devono essere recepiti e praticati. In particolare, sono irrinunciabili, come frutto dello Spirito che dà vita alle nostre comunità: la chiamata di tutti i battezzati alla corresponsabilità per la missione; la pratica dello stile sinodale; la pluriformità della “Chiesa dalle genti”. La pratica di uno stile sinodale non è l’improvvisazione dei buoni propositi: richiede infatti una conversione a dinamiche relazionali che fanno bene alle nostre comunità. Occorre dare alle nostre relazioni un modo di essere e una pratica ordinaria che siano facilmente riconoscibili come segnati dal carisma evangelico». Per fare questo è necessaria la creatività, ma anche la formazione continua. «I cristiani sono persone “originali”. Per essere capaci di vivere e rendere visibile questo stile si deve imparare, fare esercizi. Si deve provare e riprovare, sbagliando infinite volte e infinite volte ricominciando». COMUNITÀ ORIGINALI «Le comunità cristiane sono chiamate a essere originali: offrono una convincente testimonianza a chi le guarda e le accosta “da fuori”, testimonianza di operosità nel bene, di libertà interiore, di rispetto per tutti, compreso il rapporto leale e rispettoso con l’autorità pubblica. Ancora, capacità di rendere ragione della propria speranza, secondo la raccomandazione di Pietro nella sua prima lettera: senza arroganza, ma con dolcezza e rispetto, accettando anche la derisione, le false accuse, la persecuzione, senza reagire con la violenza, neppure verbale, vivendo anzi la gioia nelle prove. Nella comunità cristiana ci si mette a servizio di tutti e con tutti». ACCANTO AI GIOVANI Un’attenzione particolare Delpini la indirizza ai giovani, snodo decisivo per la Chiesa di oggi e di domani, soprattutto nella dimensione vocazionale. «L’opera educativa per i giovani non ha lo scopo impossibile di trattenerli nella giovinezza, ma di accompagnarli a diventare adulti nella fede, corresponsabili della missione in una Chiesa sinodale. Perciò un criterio per valutare l’impegno educativo e per decidere proposte e iniziative deve essere il servizio che si rende a ciascuno perché traduca la sua vocazione battesimale in una scelta di vita. Il ridursi del numero dei sacerdoti impone un impegno di tutta la comunità per consentire ai preti di fare il prete e di garantire alla comunità i servizi di cui ha bisogno con la partecipazione corresponsabile di adulti disponibili». Non manca anche una lettura critica: «La dimensione vocazionale di tutta la pastorale diocesana è come svanita nel generico e anche la preghiera per le vocazioni diventa un puntiglio di pochi, invece che una invocazione di tutti. Ritengo necessario che non si perda occasione per proporre scelte di vita coerenti con il Vangelo e con la missione della Chiesa, accompagnando nel discernimento con lo stile rispettoso e incoraggiante che, per quello che può, imita il Signore. Avverto una esigenza diffusa di condividere una prospettiva di Chiesa che, alla manutenzione o alla semplice conservazione pastorale, anteponga il primato della condivisione della fede tra adulti (da qui la testimonianza) e con i giovani, dell’annuncio missionario e vocazionale». CONDIVIDERE LA SOFFERENZA DEL MONDO La sofferenza diffusa nella società non può vedere i cristiani indifferenti. «I discepoli di Gesù sono mandati a farsi carico della vocazione della gente alla gioia. Si prendono cura delle ferite e dell’infelicità del mondo. Non perché non portino ferite, non perché non attraversino momenti di buio e di infelicità. Si fanno carico dell’infelicità della gente perché partecipano dei sentimenti di Cristo Gesù. C’è gente che non ha bisogno delle parole del Vangelo e percorre vie proprie per conquistare la felicità, gente che trova insopportabile la pretesa di Dio di offrire salvezza, gente che trova antipatica la Chiesa cattolica, gente che impegna risorse, vite umane, ingegno e organizzazione per eliminare la Chiesa». Nonostante questo, «i discepoli non possono ritirarsi dentro le mura rassicuranti di una comunità insignificante, che si inventa un mondo a parte per evitare di dare fastidio, di affrontare l’impopolarità. Sono nel mondo perché sono mandati e non possono non obbedire al Signore. Il soffrire del mondo è segnato nei nostri tempi da impressionanti forme di violenza, da situazioni di miseria insopportabili, da diseguaglianze spaventose tra le persone e le società. Non ci basterà la compassione, non basterà la denuncia. Avremo la forza, la tenacia, l’intelligenza per contribuire a costruire la giustizia e la pace?». FRUTTI E RESISTENZE L’Arcivescovo non si nasconde le difficoltà di un cammino così impegnativo. «Per essere sinceri di fronte al Signore è doveroso interrogarsi sui frutti che ha portato e sulle resistenze che il cammino sinodale ha incontrato anche nelle nostre comunità, anche nel clero. È opportuno verificare la recezione della Proposta pastorale dell’anno 2025/2026. Per onestà intellettuale dobbiamo riconoscere che la questione è importante e proprio per questo sollecita ciascuno di noi a prendere una posizione. Non possiamo censurare le domande scomode, ma non possiamo far mancare il nostro impegno e le nostre competenze, la nostra preghiera e la nostra riflessione per interpretare questo tempo e le vie e lo stile che lo Spirito insegna alla Chiesa».

Torna alla home
Proposta anno pastorale 2026/2027 — Chiesa di Gorgonzola